Gerusalemme, un giorno diverso dagli altri

GERUSALEMME 01/06/2010 – Ieri ad Haifa ci sono stati scontri tra studenti universitari. Migliaia di persone ad Istanbul sono scese in piazza e hanno bruciato bandiere con la stella di David. Al Cairo centinaia di giovani hanno chiesto l’espulsione dell’ambasciatore israeliano. A Bologna 500 manifestanti hanno sventolato bandiere palestinesi in Piazza Maggiore. A Gerusalemme, nelle vie del centro le persone mangiavano il gelato e i turisti si chiedevano dove fosse poi tutta questa questione mediorientale. Per accorgersi di qualcosa di diverso bisognava spostarsi nella città vecchia, nei mercati silenziosi e nei vicoli deserti.

Questa mattina nel quartiere arabo e in quello cristiano della cittadella le saracinesche del suq sono rimaste abbassate per rispettare i tre giorni di lutto per le vittime della “Freedom flotilla”. Della folla, delle urla e dei colori e’ rimasta appena una scia di spezie. Per le strade lastricate ci sono solo turisti che esplorano i vicoli con sguardi dubbiosi e un’aria poco convinta, chiedendosi dove poter comprare gli ultimi souvenir. Gli unici con le idee chiare sono i pellegrini che continuano a portare da una stazione all’altra della Via Dolorosa croci leggere fatte per peccatori indulgenti. I pochi musulmani che s’incontrano sono raccolti in piccoli gruppi a discutere intorno a un quotidiano o con il dito puntato verso un televisore che a ciclo continuo ripropone le immagini dell’assalto. «Non siamo solo arrabbiati, siamo indignati, e impotenti. Per questo protestiamo – spiega Muhammad battendo la mano sul giornale -. E’ vero che dopo ogni fatto di questo tipo si parla di “Intifada”, ma questa volta e’ diverso, e’ più grave. Solo Dio sa come finirà questa volta».

Adnat seduto davanti alla saracinesca abbassata del suo negozio, a poche decine di metri dalla Basilica del Santo Sepolcro dice che «Non ci si aspetta niente dalla comunità internazionale. Non una giusta indagine sui fatti e tanto meno una punizione. Israele può fare quello che vuole perché Israele e’ al di sopra della legge. Noi – continua – oggi rimaniamo chiusi non perché speriamo di ottenere qualcosa, ma lo facciamo per vivere un giorno diverso dagli altri. Nel rispetto di quelle persone morte mentre portavano medicine».

Quando Suq El-Khawajat incrocia David Street, cambia nome e diventa Jewish Quarter Road. Si entra nel quartiere ebraico. Le vetrine qui sono illuminate e i negozianti si spendono in larghi sorrisi indicando le merci esposte. «Perché e’ tutto chiuso negli altri quartieri? Non saprei – improvvisa senza troppo impegno Sarah, proprietaria di un piccolo negozio di articoli d’antiquariato – sarà una festività religiosa». Secondo i militari e la polizia (rispetto ai giorni passati in numero vistosamente maggiore nella via che collega la zona araba con in muro del pianto) «e’ tutto regolare, nessuna manifestazione in programma, nessun pericolo e nessun allerta speciale dopo i fatti di ieri». Ma nella città vecchia di Gerusalemme, tra i luoghi più santi a tre religioni c’è un silenzio irreale. Si aspetta di capire quali conseguenze avranno gli eventi di questi giorni e soprattutto si aspetta venerdì quando la preghiera nelle moschee sarà occasione d’incontro e discussione per tutti i musulmani.

Pubblicato su PeaceReporter  il 01/06/2010 (link)

Il vulcano e la farfalla

In Islanda un vulcano soffia cenere.

In Giappone gli operai di una fabbrica Nissan leggono Prevert
mentre aspettano pezzi bloccati in Irlanda.

Un milione di rose appassisce in un aeroporto in Kenya
e in Italia una ragazza si sente poco considerata.

Le mille luci di Beirut

Una generazione che rivendica la propria gioventù, una città stanca di fare i conti con il passato. Viaggio nella vita notturna della capitale libanese a poco più di cinque anni dall’omicidio del premier Hariri.

Domani si va in ufficio o si lavora, è una serata come tutte le altre. E a Beirut, la città diversa da tutte le altre che di normale non ha nulla, questa sera si balla. I locali del centro sono pieni di trentenni che gonfiano la bocca di birra e cocktail. La musica occidentale a tutto volume per coprire i rumorosi ricordi delle bombe. Una generazione si dimena sgraziata e reclama il proprio diritto a quell’adolescenza che la guerra gli ha negato.

E’ la generazione cresciuta tra il 1975 e il 1990. Sono i bambini e i ragazzi vissuti tra le macerie e le sirene antiaeree, tra le cannonate e le raffiche di mitra. Non hanno giocato, non hanno ballato, non hanno cantato e ora rivogliono tutto indietro e lo rivogliono come se nulla fosse successo. «Stavano tutti nascosti – racconta Annalisa, italiana che lavora in Libano e che a Beirut ha visto le bombe cadere nel 2006 -. Da una parte o dall’altra della linea verde non importa. La sera nessuno metteva il naso fuori casa. I locali, la vita notturna non esistevano. Al massimo uno scantinato dove si ascoltava qualche disco. Poi, finita la guerra, non c’era nessun posto dove andare. La città non esisteva più. Solo da qualche anno la situazione si è normalizzata e adesso sono tutti fuori, tutte le sere. Si divertono come se fossero dei quindicenni mentre invece hanno trenta o quarant’anni. Ogni notte, fino all’alba cercano nelle discoteche la giovinezza che hanno perduto».

Nel quartiere centrale di Ashrafieh, Rue Monot è il cuore della vita notturna. Non è altro che una strada stretta piena di buche, illuminata dalle insegne dei locali e da pochi lampioni. Macchine di lusso parcheggiate sui marciapiedi, e bar dai nomi europei sui due lati. Boutique, Café de Prague, Pink Paris. Oltre le vetrine appannate dall’aria condizionata s’intravedono bicchieri sudati e facce adulte decise a divertirsi ad ogni costo.

Finita la guerra civile, nel 1990, in Libano erano rimaste solo macerie e siriani in uniforme. Vent’anni dopo la popolazione rimane in equilibrio su una pace precaria cercando di dimenticare i fori di proiettile nascosti sotto alla vernice ancora fresca dei palazzi. Beirut è una città che sembra volersi liberare del suo Paese, che si traveste da europea, che si toglie il velo islamico e si trucca come nei film americani.  Nessuno vuole far caso  ai soldati nei checkpoint che inutili cercano l’ombra. I palazzi del centro, ricostruiti dopo le bombe del 2006, sembrano il parco a tema di una città mediorientale. Tutto quello che c’era di antico è stato distrutto delle guerre, è esploso o è stato abbattuto per far posto alla nuova immagine di Beirut. Passeggiando si ha l’impressione di camminare in una capitale adolescente. Un angolo d’Europa in Medio Oriente.

Se è ancora troppo pericolosamente esotica per il turismo occidentale, Beirut è invece una melodia di modernità irresistibile per il mondo arabo. In pochi anni la capitale libanese è diventata la città dei balocchi. Qui le donne passeggiano senza il velo, si rifanno il seno e si vestono nelle boutique delle più celebri griffe. Da tutti i paesi arabi arrivano turisti in cerca di divertimento. «Vengono da tutte le parti: Emirati Arabi, Dubai, Kuwait – spiega Paula, quasi quarant’anni, nata e cresciuta a Beirut -. Trascorrono le vacanze in Libano: al Sud per il mare, qui per divertirsi. Giocano d’azzardo nel casinò, vanno in discoteca e bevono alcolici. Fanno tutto quello che nei loro paesi non si può fare o che un bravo musulmano non potrebbe fare. Poi finita la vacanza rimettono il velo alle mogli, magari sopra ad un naso appena rifatto, e se ne tornano a casa. Beirut è un po’ una Las Vegas del Medio Oriente. Un’oasi del divertimento in mezzo al deserto».

I giovani nella loro notte di musica, peregrinando verso l’alba, passano accanto alla storia senza nemmeno badarci. Statue, manifesti e mausolei dei martiri della guerra. Giornalisti e politici. Morti. Saltati in aria. Uccisi per quello che dicevano o per quello che rappresentavano. «Quello del poster su quel palazzo – spiega Paula indicando una gigantografia dall’altro lato della piazza – è un giornalista ammazzato perché ne sapeva troppo. Quella invece è la statua di Samir Kassir, un professore, anche lui giornalista. L’hanno ucciso con un’autobomba perché sapeva degli abusi dei diritti umani commessi dai governi libanese e siriano». Non vengono dimenticati ma si passa oltre e sotto ai loro volti sfrecciano macchine di lusso con i vetri oscurati, via verso una altro locale. Poco più avanti nelle luci arancioni della notte s’intravede il tendone bianco che copre la tomba dell’ex premier Hariri. Un’altra autobomba, altri segni sui palazzi, altri morti.

Paula beve un’altro sorso di Almaza, una birra dolciastra e poco alcolica, orgoglio libanese. «Noi siamo gente dinamica. Lavoriamo, ricostruiamo. Ma la verità è che qui nessuno sa cosa accadrà domani. In quella maledetta guerra nessuno ha vinto. Abbiamo solo sconvolto una generazione – Alza gli occhi, sforza un sorriso e cambia tono della voce -. Ma non pensiamoci adesso, questa sera divertiamoci!».

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