Il bello della crisi

Di clic in clic sono finito sul sito mettiamocilatesta.it. Una specie di chiamata  alle armi (informatica) per i pubblicitari decapitati dalla crisi e dai tagli alla comunicazione. Una campagna che “vuole sottolineare l’importanza di affidarsi a professionisti della comunicazione per supportare con creatività e strategia la crescita di aziende ed istituzioni”.  Tra le sezioni del sito c’è una galleria di contributi a sostegno della causa e tra le immagini questa.

Bella! Il piede di un bambino, cure amorevoli e una frase che trasforma la comunicazione in qualcosa di delicato, di prezioso, da proteggere con istinto materno. Poi, in basso, una parola – target – che rompe l’incantesimo. Tanto che viene  da domandarsi come possa chi di mestiere è giocoliere di parole scivolare in modo così maldestro. Una stonatura secca e tagliente: una puntina in un mondo di piedini paffuti. Giusto il tempo per pensare a quanto sia ingenuo e grossolano l’autore (Simone Bruno, bravissimo) e già devo ricredermi. Il target non sono io. Il target di questo layout è l’amministratore delegato che taglia i fondi all’ufficio comunicazione. Sono i dirigenti per cui le persone sono bersagli e la comunicazione è pubblicità. E allora un passo indietro, a rileggere tutto e capire di nuovo. Perché se il target sono persone e la comunicazione è pubblicità il significato cambia: Con i continui tagli alla pubblicità sarà impossibile ammaliare le nuove generazioni che crescono.

Se la crisi economica è la causa dei tagli alla pubblicità questa è la prima cosa positiva che ho sentito sul suo conto da quando è iniziata. Se poi le future generazioni potessero anche per soli 5 minuti in più al giorno scegliere con la propria testa cosa farsi piacere allora, vorrebbe dire che anche nella crisi c’è qualcosa di bello.

Questa notte niente prosa

 

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Come quando la caccia nei boschi e nei campi

incalza nella lotta e nei suoni di corno,

così una fame di cose senza speranza bracca

i nostri spiriti per tutta la vita.

 

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Il boato del mare ci pervade addolorati, pieni

di desiderio senza oggetto,

il boato del mare e il raggio di luna bianco

e il rosseggiare del fuoco.

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Chi mi parla di ragione, adesso?

Sarebbe stata una gioia più grande

essere morti nelle braccia di Cleopatra

che essere vivi, stanotte.

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Robert Louis Stevenson

Super-Obama contro i jet privati

mela_rossa1Entra nella stanza, saluta, squadra la ventina di manager, tutti incartati in migliaia di dollari di doppio petto. Raggiunge il grande tavolo ovale. Appoggia una cartelletta di pelle, la apre. Un altro sguardo. I doppiopetti della General Motors aspettano che parli, i più giovani che si sieda. Delusi i primi, i “junior” si lasciano convincere da un cenno del Presidente che invita tutti a provare le poltrone di pelle.  Tutti sulle spine , tutti come  manager di una grande casa automobilistica che chiede soldi in un periodo di crisi ad un presidente ecologista.

Rimane in piedi, continua a passarli in rassegna. Qualcosa non va. Obama si fa avanti sul tavolo, la mano sinistra piantata con la palma aperta sul tavolo, la destra chiusa in un pugno, appena appoggiata. Abbassa lo sguardo. Prende fiato. “Signori”. Il brusio si spegne in una pausa teatrale. “Chi di voi questa mattina non è venuto a quest’incontro con un jet privato?” Ora alza la testa e guarda gli occhi che si nascondono e le labbra che si contraggono di sdegno. Tamburella con le nocche sulla cartelletta. Annuisce. “Signori”. Si spegne il rinato brusio di voci stupite e offese. “Signori, chi di voi non possiede un jet privato?”. E’ il panico, di nuovo la domanda non chiama in causa nessuno dei presenti. Nessuna di quelle penne  di platino, nessuna punta, inchiostrata del sangue di mille trincee  finanziarie, si alza. Nessun manager GM può dire: “Io”.

Allora Obama li guarda, lentamente. Soddisfatto. Chiude la cartelletta. “Signori, non avete nessun bisogno di me allora”. Gira i tacchi e se ne va. Nella stanza lascia un mezzo sorriso e venti punti di domanda vestiti di tutto punto.

Non credo ci sia nulla di vero in questa storia. Fa solo parte dell’aneddottica che cresce intorno a un uomo giudicato “paladino”  prima di poterlo dimostrare. Ma in fondo non ha importanza. Anche solo il prendere in considerazione la possibilità che ci sia qualcosa di vero è già importante. Che intrecciato al passaparola ci sia un sentore di verosimiglianza dà la misura. Pensare che..:  Sì, Obama sarebbe capace davvero di farlo! beh è consolante.

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