Repubblica — 27 agosto 2009 pagina 12 sezione: MILANO
LA DISTANZA non si sente, la voce al telefono è brillante. Giulia ha voglia di raccontare. Ha le idee chiare su cosa dire e sul perché parla da un telefono nel sud dell’ India. «Sono qui per curiosità, per stare a contatto con le persone e non solo per vedere le cose come una turista. Quando sono partita non ero alla ricerca di un bel viaggio, ma piuttosto di un’ esperienza di vita». Continua tutta d’ un fiato, sulla scia dell’ entusiasmo: «La mia idea di volontariato è piuttosto distante dall’ immagine classica alla Madre Teresa, anzi direi che è quasi il contrario. Credo siano proprio le persone che veniamo ad aiutare che finiscono per darci tantissimo». La teoria di Giulia Hansstein, vent’ anni, studentessa di lettere alla Statale, finisce qui. Tutto il resto sono fatti e voglia di fare. Dal 2 agosto è nel centro di accoglienza Cesvi-Ekta di Cuddalore nello Stato del Tamil Nadu, sudest dell’ India. Vive nella Casa del sorriso con ventisette bambine tra gli 8 e i 16 anni. «La maggior parte di loro sono orfane. Molti dei loro genitori sono morti a causa dello tsunami del 2004, altri invece si sono suicidati. La gente ha perso tutto, l’ onda di marea ha stravolto la popolazione. Non se ne parla ma la depressione qui è davvero un problema». Giulia, assieme al personale del posto, organizza giochie attività d’ intrattenimento, oltre a dare un aiuto con i compiti e tenere lezioni d’ inglese. Nel suo curriculum, però, ha un’ arma segreta: dieci anni di danza. È partita dall’ Italia con un progetto ben chiaro, coinvolgere le ragazze del centro e organizzare un grande spettacolo di ballo. Ha riempito la valigia di cd e preparato qualche passo di danza: «Delle semplici coreografie, per lo più musica occidentale: alle ragazze piace molto e sono entusiaste dell’ idea dello spettacolo. Poi ballano sempre con un’ energia incredibile, sono davvero bravissime». La data precisa non è ancora fissata ma Giulia sogna uno show in piena regola. Non sono da escludere performance canore, perché se non si studia o non si balla, nella Casa del sorriso si canta. «È una cosa che piace davvero tanto e lo facciamo spesso. Non solo canzoni indiane, anche qualcosa di occidentale. Hanno già imparato “No women no cry”». Bob Marley in India, davvero uno spettacolo da non perdere. Ma Giulia lo sa, la danza è solo una delle molte attività del campo. «Oggi per la prima volta mi sono svegliata alle 5.30 per fare yoga con loro. Stare in giardino all’ alba è bellissimo, ma devo ammettere che la sveglia è stata un po’ drammatica. Diciamo che devo ancora prendere il ritmo». Dopo l’ attività fisica le ragazze studiano fino alle otto, «poi si fa colazione, tutti insieme, seduti per terra mangiando con le mani. Qui si mangia solo riso, ma va bene perché è buonissimo». Dopo aver portato le bambine a scuola «andiamo nei villaggi a far visita alle loro famiglie. È un’ esperienza importante perché ti permettere di conoscere davvero le persone». Dopo lo studio, il pomeriggio è dedicato allo sport e alle attività ricreative: «Abbiamo organizzato una caccia al tesoro, un torneo di pallavolo e poi facciamo giochi da tavolo». Tutti sono capaci di lanciare dadi o muovere pedine, «e noi costruiamo tutto partendo solo da qualche foglio di cartoncino. Lo Scarabeo in lingua inglese è già pronto, adesso stiamo lavorando a quello in tamil, la lingua locale dello Stato. È molto più complicato, colpa delle lettere strane». Tra qualche giorno Giulia tornerà in Italia portando con sé il sorriso delle ragazze indiane, «un sorriso che, nonostante la situazione drammatica, ti sconvolge: un sorriso incredibile, che ti graffia il cuore». – MARCO BERTI
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