Le mille luci di Beirut

Una generazione che rivendica la propria gioventù, una città stanca di fare i conti con il passato. Viaggio nella vita notturna della capitale libanese a poco più di cinque anni dall’omicidio del premier Hariri.

Domani si va in ufficio o si lavora, è una serata come tutte le altre. E a Beirut, la città diversa da tutte le altre che di normale non ha nulla, questa sera si balla. I locali del centro sono pieni di trentenni che gonfiano la bocca di birra e cocktail. La musica occidentale a tutto volume per coprire i rumorosi ricordi delle bombe. Una generazione si dimena sgraziata e reclama il proprio diritto a quell’adolescenza che la guerra gli ha negato.

E’ la generazione cresciuta tra il 1975 e il 1990. Sono i bambini e i ragazzi vissuti tra le macerie e le sirene antiaeree, tra le cannonate e le raffiche di mitra. Non hanno giocato, non hanno ballato, non hanno cantato e ora rivogliono tutto indietro e lo rivogliono come se nulla fosse successo. «Stavano tutti nascosti – racconta Annalisa, italiana che lavora in Libano e che a Beirut ha visto le bombe cadere nel 2006 -. Da una parte o dall’altra della linea verde non importa. La sera nessuno metteva il naso fuori casa. I locali, la vita notturna non esistevano. Al massimo uno scantinato dove si ascoltava qualche disco. Poi, finita la guerra, non c’era nessun posto dove andare. La città non esisteva più. Solo da qualche anno la situazione si è normalizzata e adesso sono tutti fuori, tutte le sere. Si divertono come se fossero dei quindicenni mentre invece hanno trenta o quarant’anni. Ogni notte, fino all’alba cercano nelle discoteche la giovinezza che hanno perduto».

Nel quartiere centrale di Ashrafieh, Rue Monot è il cuore della vita notturna. Non è altro che una strada stretta piena di buche, illuminata dalle insegne dei locali e da pochi lampioni. Macchine di lusso parcheggiate sui marciapiedi, e bar dai nomi europei sui due lati. Boutique, Café de Prague, Pink Paris. Oltre le vetrine appannate dall’aria condizionata s’intravedono bicchieri sudati e facce adulte decise a divertirsi ad ogni costo.

Finita la guerra civile, nel 1990, in Libano erano rimaste solo macerie e siriani in uniforme. Vent’anni dopo la popolazione rimane in equilibrio su una pace precaria cercando di dimenticare i fori di proiettile nascosti sotto alla vernice ancora fresca dei palazzi. Beirut è una città che sembra volersi liberare del suo Paese, che si traveste da europea, che si toglie il velo islamico e si trucca come nei film americani.  Nessuno vuole far caso  ai soldati nei checkpoint che inutili cercano l’ombra. I palazzi del centro, ricostruiti dopo le bombe del 2006, sembrano il parco a tema di una città mediorientale. Tutto quello che c’era di antico è stato distrutto delle guerre, è esploso o è stato abbattuto per far posto alla nuova immagine di Beirut. Passeggiando si ha l’impressione di camminare in una capitale adolescente. Un angolo d’Europa in Medio Oriente.

Se è ancora troppo pericolosamente esotica per il turismo occidentale, Beirut è invece una melodia di modernità irresistibile per il mondo arabo. In pochi anni la capitale libanese è diventata la città dei balocchi. Qui le donne passeggiano senza il velo, si rifanno il seno e si vestono nelle boutique delle più celebri griffe. Da tutti i paesi arabi arrivano turisti in cerca di divertimento. «Vengono da tutte le parti: Emirati Arabi, Dubai, Kuwait – spiega Paula, quasi quarant’anni, nata e cresciuta a Beirut -. Trascorrono le vacanze in Libano: al Sud per il mare, qui per divertirsi. Giocano d’azzardo nel casinò, vanno in discoteca e bevono alcolici. Fanno tutto quello che nei loro paesi non si può fare o che un bravo musulmano non potrebbe fare. Poi finita la vacanza rimettono il velo alle mogli, magari sopra ad un naso appena rifatto, e se ne tornano a casa. Beirut è un po’ una Las Vegas del Medio Oriente. Un’oasi del divertimento in mezzo al deserto».

I giovani nella loro notte di musica, peregrinando verso l’alba, passano accanto alla storia senza nemmeno badarci. Statue, manifesti e mausolei dei martiri della guerra. Giornalisti e politici. Morti. Saltati in aria. Uccisi per quello che dicevano o per quello che rappresentavano. «Quello del poster su quel palazzo – spiega Paula indicando una gigantografia dall’altro lato della piazza – è un giornalista ammazzato perché ne sapeva troppo. Quella invece è la statua di Samir Kassir, un professore, anche lui giornalista. L’hanno ucciso con un’autobomba perché sapeva degli abusi dei diritti umani commessi dai governi libanese e siriano». Non vengono dimenticati ma si passa oltre e sotto ai loro volti sfrecciano macchine di lusso con i vetri oscurati, via verso una altro locale. Poco più avanti nelle luci arancioni della notte s’intravede il tendone bianco che copre la tomba dell’ex premier Hariri. Un’altra autobomba, altri segni sui palazzi, altri morti.

Paula beve un’altro sorso di Almaza, una birra dolciastra e poco alcolica, orgoglio libanese. «Noi siamo gente dinamica. Lavoriamo, ricostruiamo. Ma la verità è che qui nessuno sa cosa accadrà domani. In quella maledetta guerra nessuno ha vinto. Abbiamo solo sconvolto una generazione – Alza gli occhi, sforza un sorriso e cambia tono della voce -. Ma non pensiamoci adesso, questa sera divertiamoci!».

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