Gerusalemme, un giorno diverso dagli altri

GERUSALEMME 01/06/2010 – Ieri ad Haifa ci sono stati scontri tra studenti universitari. Migliaia di persone ad Istanbul sono scese in piazza e hanno bruciato bandiere con la stella di David. Al Cairo centinaia di giovani hanno chiesto l’espulsione dell’ambasciatore israeliano. A Bologna 500 manifestanti hanno sventolato bandiere palestinesi in Piazza Maggiore. A Gerusalemme, nelle vie del centro le persone mangiavano il gelato e i turisti si chiedevano dove fosse poi tutta questa questione mediorientale. Per accorgersi di qualcosa di diverso bisognava spostarsi nella città vecchia, nei mercati silenziosi e nei vicoli deserti.

Questa mattina nel quartiere arabo e in quello cristiano della cittadella le saracinesche del suq sono rimaste abbassate per rispettare i tre giorni di lutto per le vittime della “Freedom flotilla”. Della folla, delle urla e dei colori e’ rimasta appena una scia di spezie. Per le strade lastricate ci sono solo turisti che esplorano i vicoli con sguardi dubbiosi e un’aria poco convinta, chiedendosi dove poter comprare gli ultimi souvenir. Gli unici con le idee chiare sono i pellegrini che continuano a portare da una stazione all’altra della Via Dolorosa croci leggere fatte per peccatori indulgenti. I pochi musulmani che s’incontrano sono raccolti in piccoli gruppi a discutere intorno a un quotidiano o con il dito puntato verso un televisore che a ciclo continuo ripropone le immagini dell’assalto. «Non siamo solo arrabbiati, siamo indignati, e impotenti. Per questo protestiamo – spiega Muhammad battendo la mano sul giornale -. E’ vero che dopo ogni fatto di questo tipo si parla di “Intifada”, ma questa volta e’ diverso, e’ più grave. Solo Dio sa come finirà questa volta».

Adnat seduto davanti alla saracinesca abbassata del suo negozio, a poche decine di metri dalla Basilica del Santo Sepolcro dice che «Non ci si aspetta niente dalla comunità internazionale. Non una giusta indagine sui fatti e tanto meno una punizione. Israele può fare quello che vuole perché Israele e’ al di sopra della legge. Noi – continua – oggi rimaniamo chiusi non perché speriamo di ottenere qualcosa, ma lo facciamo per vivere un giorno diverso dagli altri. Nel rispetto di quelle persone morte mentre portavano medicine».

Quando Suq El-Khawajat incrocia David Street, cambia nome e diventa Jewish Quarter Road. Si entra nel quartiere ebraico. Le vetrine qui sono illuminate e i negozianti si spendono in larghi sorrisi indicando le merci esposte. «Perché e’ tutto chiuso negli altri quartieri? Non saprei – improvvisa senza troppo impegno Sarah, proprietaria di un piccolo negozio di articoli d’antiquariato – sarà una festività religiosa». Secondo i militari e la polizia (rispetto ai giorni passati in numero vistosamente maggiore nella via che collega la zona araba con in muro del pianto) «e’ tutto regolare, nessuna manifestazione in programma, nessun pericolo e nessun allerta speciale dopo i fatti di ieri». Ma nella città vecchia di Gerusalemme, tra i luoghi più santi a tre religioni c’è un silenzio irreale. Si aspetta di capire quali conseguenze avranno gli eventi di questi giorni e soprattutto si aspetta venerdì quando la preghiera nelle moschee sarà occasione d’incontro e discussione per tutti i musulmani.

Pubblicato su PeaceReporter  il 01/06/2010 (link)

Il vulcano e la farfalla

In Islanda un vulcano soffia cenere.

In Giappone gli operai di una fabbrica Nissan leggono Prevert
mentre aspettano pezzi bloccati in Irlanda.

Un milione di rose appassisce in un aeroporto in Kenya
e in Italia una ragazza si sente poco considerata.

Le mille luci di Beirut

Una generazione che rivendica la propria gioventù, una città stanca di fare i conti con il passato. Viaggio nella vita notturna della capitale libanese a poco più di cinque anni dall’omicidio del premier Hariri.

Domani si va in ufficio o si lavora, è una serata come tutte le altre. E a Beirut, la città diversa da tutte le altre che di normale non ha nulla, questa sera si balla. I locali del centro sono pieni di trentenni che gonfiano la bocca di birra e cocktail. La musica occidentale a tutto volume per coprire i rumorosi ricordi delle bombe. Una generazione si dimena sgraziata e reclama il proprio diritto a quell’adolescenza che la guerra gli ha negato.

E’ la generazione cresciuta tra il 1975 e il 1990. Sono i bambini e i ragazzi vissuti tra le macerie e le sirene antiaeree, tra le cannonate e le raffiche di mitra. Non hanno giocato, non hanno ballato, non hanno cantato e ora rivogliono tutto indietro e lo rivogliono come se nulla fosse successo. «Stavano tutti nascosti – racconta Annalisa, italiana che lavora in Libano e che a Beirut ha visto le bombe cadere nel 2006 -. Da una parte o dall’altra della linea verde non importa. La sera nessuno metteva il naso fuori casa. I locali, la vita notturna non esistevano. Al massimo uno scantinato dove si ascoltava qualche disco. Poi, finita la guerra, non c’era nessun posto dove andare. La città non esisteva più. Solo da qualche anno la situazione si è normalizzata e adesso sono tutti fuori, tutte le sere. Si divertono come se fossero dei quindicenni mentre invece hanno trenta o quarant’anni. Ogni notte, fino all’alba cercano nelle discoteche la giovinezza che hanno perduto».

Nel quartiere centrale di Ashrafieh, Rue Monot è il cuore della vita notturna. Non è altro che una strada stretta piena di buche, illuminata dalle insegne dei locali e da pochi lampioni. Macchine di lusso parcheggiate sui marciapiedi, e bar dai nomi europei sui due lati. Boutique, Café de Prague, Pink Paris. Oltre le vetrine appannate dall’aria condizionata s’intravedono bicchieri sudati e facce adulte decise a divertirsi ad ogni costo.

Finita la guerra civile, nel 1990, in Libano erano rimaste solo macerie e siriani in uniforme. Vent’anni dopo la popolazione rimane in equilibrio su una pace precaria cercando di dimenticare i fori di proiettile nascosti sotto alla vernice ancora fresca dei palazzi. Beirut è una città che sembra volersi liberare del suo Paese, che si traveste da europea, che si toglie il velo islamico e si trucca come nei film americani.  Nessuno vuole far caso  ai soldati nei checkpoint che inutili cercano l’ombra. I palazzi del centro, ricostruiti dopo le bombe del 2006, sembrano il parco a tema di una città mediorientale. Tutto quello che c’era di antico è stato distrutto delle guerre, è esploso o è stato abbattuto per far posto alla nuova immagine di Beirut. Passeggiando si ha l’impressione di camminare in una capitale adolescente. Un angolo d’Europa in Medio Oriente.

Se è ancora troppo pericolosamente esotica per il turismo occidentale, Beirut è invece una melodia di modernità irresistibile per il mondo arabo. In pochi anni la capitale libanese è diventata la città dei balocchi. Qui le donne passeggiano senza il velo, si rifanno il seno e si vestono nelle boutique delle più celebri griffe. Da tutti i paesi arabi arrivano turisti in cerca di divertimento. «Vengono da tutte le parti: Emirati Arabi, Dubai, Kuwait – spiega Paula, quasi quarant’anni, nata e cresciuta a Beirut -. Trascorrono le vacanze in Libano: al Sud per il mare, qui per divertirsi. Giocano d’azzardo nel casinò, vanno in discoteca e bevono alcolici. Fanno tutto quello che nei loro paesi non si può fare o che un bravo musulmano non potrebbe fare. Poi finita la vacanza rimettono il velo alle mogli, magari sopra ad un naso appena rifatto, e se ne tornano a casa. Beirut è un po’ una Las Vegas del Medio Oriente. Un’oasi del divertimento in mezzo al deserto».

I giovani nella loro notte di musica, peregrinando verso l’alba, passano accanto alla storia senza nemmeno badarci. Statue, manifesti e mausolei dei martiri della guerra. Giornalisti e politici. Morti. Saltati in aria. Uccisi per quello che dicevano o per quello che rappresentavano. «Quello del poster su quel palazzo – spiega Paula indicando una gigantografia dall’altro lato della piazza – è un giornalista ammazzato perché ne sapeva troppo. Quella invece è la statua di Samir Kassir, un professore, anche lui giornalista. L’hanno ucciso con un’autobomba perché sapeva degli abusi dei diritti umani commessi dai governi libanese e siriano». Non vengono dimenticati ma si passa oltre e sotto ai loro volti sfrecciano macchine di lusso con i vetri oscurati, via verso una altro locale. Poco più avanti nelle luci arancioni della notte s’intravede il tendone bianco che copre la tomba dell’ex premier Hariri. Un’altra autobomba, altri segni sui palazzi, altri morti.

Paula beve un’altro sorso di Almaza, una birra dolciastra e poco alcolica, orgoglio libanese. «Noi siamo gente dinamica. Lavoriamo, ricostruiamo. Ma la verità è che qui nessuno sa cosa accadrà domani. In quella maledetta guerra nessuno ha vinto. Abbiamo solo sconvolto una generazione – Alza gli occhi, sforza un sorriso e cambia tono della voce -. Ma non pensiamoci adesso, questa sera divertiamoci!».

Tour de force con le comitive dal Cenacolo a Montenapoleone

Repubblica — 22 agosto 2009 pagina 10 sezione: MILANO

METÀ infaticabili tuttologhe, metà babysitter poliglotte. Sono le guide turistiche, che si muovono nell’ estate milanese spostando carovane di turisti da un’ oasi culturale all’ altra. Donatella Belluco è una di loro. Dal 2004 porta a spasso gli stranieri a caccia delle bellezze architettoniche milanesi. «I turisti – spiega – vengono qui per lo shopping, per le mostre e per la lirica, ma anchee soprattutto per l’ arte che a Milano non ti aspetti di trovare. E anche nella città italiana con maggiore vocazione finanziaria i visitatori non mancano mai, soprattutto in questa stagione». Così, come ogni anno, Donatella (che parla quattro lingue: inglese, francese, tedesco e russo) ad agosto di andare in ferie non ci pensa nemmeno. «Vacanze? Andrò a novembre, forse in Galles. Per adesso lavoro e basta». Che parte da un canovaccio collaudato: «Il tour della città è più o meno sempre lo stesso. Se è la prima volta chei miei clienti visitano Milano si parte dal Castello Sforzesco e si prosegue verso il Duomo, poi si continua con la galleria Vittorio Emanuele, piazza della Scala e la visita al teatro». Questo per iniziare. Ma se qualcuno di Milano non è proprio a digiuno, o il “tour base” non gli basta, si passa a qualcosa di un po’ più approfondito: «Il Cenacolo di Leonardo da Vinci in Santa Maria delle Grazie, prima di tutto, e poi qualche altra chiesa a partire da Sant’ Ambrogio e San Lorenzo. Poi, ovviamente, le pinacoteche di Brera e l’ Ambrosiana». Ognuno ha le sue preferenze: «Ma tutti, però, indistintamente dalla nazionalità, chiedono “l’ Ultima cena”, amano tantissimo il Duomo e nessuno rinuncia ad andare a passeggiare tra le guglie sulla terrazza». Qui finiscono i tratti comuni a tutti i turisti. Perché tra una comitiva e l’ altra, tra una nazionalità e l’ altra ci sono forti differenze. Donatellaè convinta che ogni popolo abbia le sue stranezze e le sue particolarità, e che ogni guida che si rispetti debba sapersi adattare. «Il tedesco – dice – bisogna condurlo. Vuole essere comandato e spesso ha desideri che a noi possono apparire un po’ bizzarri: molti, ad esempio, vanno pazzi per la visita al Monumentale». Difficile andare oltre e spiegare origini e motivi del teutonico feticismo cimiteriale. «Con i russi, invece, bisogna essere disposti a tutto. Si passa in un attimo da un estremo all’ altro, dallo shopping più frivolo alla cultura più alta. Sono in genere molto preparati, curiosi e interessati. La differenza tra un russo e un tedesco la vedi tutta quando si arriva davanti al Duomo. Il russo alza gli occhi e a bocca aperta dice: “Che meraviglia!” Un tedesco invece osserva composto e subito ti chiede quante sono le colonne o il numero di statue». Poi ci sono i turisti che vengono da più lontano. «Hoa che fare anche con i cinesi, da Singapore soprattutto, ma d’ estate non vengono. Mi piacciono, si può avere uno scambio con loro». E poi ci sono i giapponesi: «Molti di loro, purtroppo, non hanno reazioni apparenti. Fai il tuo programma, spieghi, ma non hai riscontro. L’ unica cosa che fannoè fotografare tutto. E raramente ridono». Compagnia varia, insomma. Anche se non si può dire lo stesso del paesaggio: «In certi periodi vedo il Cenacolo quindici volte in una settimana, anche se, a dire il vero, a stancarmi sono soprattutto le mostre temporanee, come di recente Magritte a Palazzo Reale. Non perché non mi piacciano, anzi, ma perché le vivo in modo stressante. I visitatori che accompagno vogliono vederle non tanto per interesse ma perché lo “devono” fare, quasi fosse obbligatorio solo perché sono eventi temporanei. Il Cenacolo, invece, lo visiterei sempre». – MARCO BERTI

Giulia, l’India e un sogno nello zaino: ‘Voglio insegnare danza alle ragazze’

Repubblica — 27 agosto 2009 pagina 12 sezione: MILANO

LA DISTANZA non si sente, la voce al telefono è brillante. Giulia ha voglia di raccontare. Ha le idee chiare su cosa dire e sul perché parla da un telefono nel sud dell’ India. «Sono qui per curiosità, per stare a contatto con le persone e non solo per vedere le cose come una turista. Quando sono partita non ero alla ricerca di un bel viaggio, ma piuttosto di un’ esperienza di vita». Continua tutta d’ un fiato, sulla scia dell’ entusiasmo: «La mia idea di volontariato è piuttosto distante dall’ immagine classica alla Madre Teresa, anzi direi che è quasi il contrario. Credo siano proprio le persone che veniamo ad aiutare che finiscono per darci tantissimo». La teoria di Giulia Hansstein, vent’ anni, studentessa di lettere alla Statale, finisce qui. Tutto il resto sono fatti e voglia di fare. Dal 2 agosto è nel centro di accoglienza Cesvi-Ekta di Cuddalore nello Stato del Tamil Nadu, sudest dell’ India. Vive nella Casa del sorriso con ventisette bambine tra gli 8 e i 16 anni. «La maggior parte di loro sono orfane. Molti dei loro genitori sono morti a causa dello tsunami del 2004, altri invece si sono suicidati. La gente ha perso tutto, l’ onda di marea ha stravolto la popolazione. Non se ne parla ma la depressione qui è davvero un problema». Giulia, assieme al personale del posto, organizza giochie attività d’ intrattenimento, oltre a dare un aiuto con i compiti e tenere lezioni d’ inglese. Nel suo curriculum, però, ha un’ arma segreta: dieci anni di danza. È partita dall’ Italia con un progetto ben chiaro, coinvolgere le ragazze del centro e organizzare un grande spettacolo di ballo. Ha riempito la valigia di cd e preparato qualche passo di danza: «Delle semplici coreografie, per lo più musica occidentale: alle ragazze piace molto e sono entusiaste dell’ idea dello spettacolo. Poi ballano sempre con un’ energia incredibile, sono davvero bravissime». La data precisa non è ancora fissata ma Giulia sogna uno show in piena regola. Non sono da escludere performance canore, perché se non si studia o non si balla, nella Casa del sorriso si canta. «È una cosa che piace davvero tanto e lo facciamo spesso. Non solo canzoni indiane, anche qualcosa di occidentale. Hanno già imparato “No women no cry”». Bob Marley in India, davvero uno spettacolo da non perdere. Ma Giulia lo sa, la danza è solo una delle molte attività del campo. «Oggi per la prima volta mi sono svegliata alle 5.30 per fare yoga con loro. Stare in giardino all’ alba è bellissimo, ma devo ammettere che la sveglia è stata un po’ drammatica. Diciamo che devo ancora prendere il ritmo». Dopo l’ attività fisica le ragazze studiano fino alle otto, «poi si fa colazione, tutti insieme, seduti per terra mangiando con le mani. Qui si mangia solo riso, ma va bene perché è buonissimo». Dopo aver portato le bambine a scuola «andiamo nei villaggi a far visita alle loro famiglie. È un’ esperienza importante perché ti permettere di conoscere davvero le persone». Dopo lo studio, il pomeriggio è dedicato allo sport e alle attività ricreative: «Abbiamo organizzato una caccia al tesoro, un torneo di pallavolo e poi facciamo giochi da tavolo». Tutti sono capaci di lanciare dadi o muovere pedine, «e noi costruiamo tutto partendo solo da qualche foglio di cartoncino. Lo Scarabeo in lingua inglese è già pronto, adesso stiamo lavorando a quello in tamil, la lingua locale dello Stato. È molto più complicato, colpa delle lettere strane». Tra qualche giorno Giulia tornerà in Italia portando con sé il sorriso delle ragazze indiane, «un sorriso che, nonostante la situazione drammatica, ti sconvolge: un sorriso incredibile, che ti graffia il cuore». – MARCO BERTI

Ieri il giorno più caldo dell’anno, oggi si replica. Viaggio in città con il termometro in mano

Repubblica — 19 agosto 2009 pagina 13 sezione: MILANO

VIA Torino, ore 16. Il termometro segna 34 gradi, ma basta un passo dentro a uno dei negozi che subito i numeri cambiano. Alla Standa si scende addirittura sottoi 20 gradi. Come in inverno. Nei giorni del gran caldo, mentre A2a segnala un picco dei consumi energetici legati all’ uso dei condizionatori, abbiamo girato la città, termometro in mano, per testare la temperatura in uffici, negozi e mezzi pubblici. ELA passione dei milanesi per l’ aria condizionata si conferma. Con qualche torrida eccezione, però. Il viaggio fra le improvvise lame d’ aria gelidaei posti dove invece si suda inizia obbligatoriamente dai negozi. Dall’ asfalto rovente alle vetrine congelate, il vero nemico è lo sbalzo termico. E i campioni sono soprattutto alcuni supermercati del centro che in questi giorni assicurano temperature invernali. Oltre alla Standa di via Torino, anche il punto Sma di corso Monforte: se si decide di fare la spesa qui, meglio coprirsi, visto che la colonnina di mercurio scende tranquillamente sotto i ventun gradi. Consigliabile un pullover anche da Peck, il tempio della gastronomia milanese, dove ai profumi stuzzicanti si aggiunge un brivido di freddo: la temperatura scende fino a 22,8 gradi. Con uno sbalzo di oltre 12 rispetto all’ esterno. Un’ usanza “sprecona” diffusa nei negozi è quella di mantenere il termostato del condizionatore a temperature molto bassee contemporaneamente tenere le porte aperte. Camminando in corso Vittorio Emanuele – dove in alcuni esercizi si scende ben al di sotto dei ventitré gradi – non è difficile incontrare negozi in cui si legge all’ entrata: “Locale climatizzato, chiudere la porta”. Salvo poi constatare che quasi la metà la tiene spalancata. «È perché entrano troppe persone» si giustificano alcuni gestori. Ma intanto i consumi aumentano e lo spreco pure. Il viavai continuo dei clienti, oltre a remare contro il risparmio energetico, rappresenta anche un rischio per la salute, visto che, in generale, uno sbalzo di temperatura che superi i sei gradi può causare tosse e raffreddore con una certa facilità. Se si pensa che ieri il termometro in città ha superato i 35 gradi, ci si accorge che praticamente qualsiasi luogo climatizzato era potenzialmente rischioso. Stanchi di passeggiare di negozio in negozio, da un inverno artificiale all’ altro, meglio rifugiarsi sottoterra, in metrò, riparandosi così anche dal sole. Ma il risultato non è sempre uguale: sulla linea rossa chi lo desidera può anche provare i capi autunnali appena acquistati, con 23 gradi e uno sbalzo di quasi dieci rispetto alla stazione. Al contrario, nella gialla si suda: 30 gradi, afa. Quando l’ aria condizionata non rimane spenta è comunque inutile e in entrambi i casi i finestrini abbassati sono l’ unico refrigerio. Va un po’ meglio a chi sceglie i mezzi di superficie, anche se sul bus 60 vicino a San Babila rinfrescarsi con giudizio è arduo: il termometro segna 28 gradi. Il giusto mezzo? Ad esempio la biblioteca del Centro civico di via Tibaldi. Lì si trovano una ventina di persone, quelle che non ti aspetti di trovare a Milano la settima centrale d’ agosto, per lo più concentrate a leggere riviste e giornali. E tutte contente dei 25.7 gradi assicurati dall’ impianto di condizionamento. Disagio in Comune, invece, dove c’ è chi usa il pieghevole della mostra su Leonardo come ventaglio: i condizionatori, infatti, arrancano e non riescono a ottenere meno di 28 gradi. A pochi passi l’ Urban Center in Galleria: nelle stanze semibuie pochi visitatori e una temperatura di 27.7 gradi. Il record della calura, però, lo si trova in un altro luogo pubblico, l’ ufficio postale di Milano Centro in Piazza Cordusio, dove c’ è pure una promoter che cerca di vendere francobolli da collezione: «Interessa la filatelia? No? Allora conoscete Poste Mobile?». Il guaioè che fa davvero troppo caldo (28.1 gradi) e a nessuno viene in mente di acquistare francobolli commemorativi. Meglio le Poste di piazza Edison, tutti seduti al fresco (25.3) ad aspettare con i bollettini in mano. Fresco, magari fin troppo, nella Pinacoteca Ambrosiana, dove l’ emozione trasmessa dalle opere d’ arte si mescola ai brividi provocati dai 23.3 gradi in sala. Di dare una regolata uguale per tutti al termostato negli edifici pubblici se ne parla da anni. Maurizio Baruffi, consigliere comunale dei Verdi, e Carlo Montalbetti, della Lista Ferrante, hanno presentato in consiglio comunale una mozione in cui si chiede che venga disciplinato l’ uso dei condizionatori, sia negli edifici pubblici sia in quelli privati, per fissare la temperatura ad almeno 25 gradi. «È all’ ordine del giorno da due estati – ha spiegato Baruffi – ma perché venga discusso dovremo aspettare ancora la prossima». – MARCO BERTI LUCA DE VITO

C’ è il sole, piscine chiuse per pioggia

Repubblica — 10 agosto 2009 pagina 1 sezione: MILANO

POCHE gocce di pioggia al mattino e le tre più grandi piscine scoperte di Milano restano chiuse «per maltempo». È successo ieri, tra molte proteste dei cittadini che pensavano di combattere l’ afa dei trenta gradi con un tuffo. L’ assessore allo Sport, Alan Rizzi, attacca Milanosport, l’ azienda comunale che gestisce gli impianti e che ne ha lasciati aperti pochissimi: «È stata una chiusura inammissibilee ingiustificata. Serve una raddrizzata perché episodi come questo non si devono ripetere». MARCO BERTI E LUCIANA GROSSO

Repubblica — 10 agosto 2009 pagina 3 sezione: MILANO

TRENTA gradi, afa, sole. Ma a Milano le piscine rimangono sbarrate «per maltempo». È bastata la breve pioggia delle prime ore del mattino a giustificare, ieri, la chiusura delle piscine Lido, Romano e Scarioni, le più grandi della città. Nella Milano d’ agosto, dove dovrebbero essere disponibili 8081 posti, quelli effettivamente accessibili erano solo 1650 anche a causa di lavori in altri tre impianti. Solo Argelati, Saini, Sant’ Abbondio e Procida offrivano sollievo alla calura. La decisione di chiudere ha lasciato di stuccoi bagnanti, ma soprattutto ha suscitato l’ irata reazione dell’ assessore allo Sport Alan Rizzi: «La chiusura dei centri balneari per la pioggia nelle prime ore della giornata è inammissibile e totalmente ingiustificata – ha detto – la decisione è stata presa sulla base di motivazioni che non possono trovare giustificazione né in un risparmio dei costi né in una affrettata valutazione delle condizioni meteo. Milanosport – ha aggiunto l’ assessore – deve essere in grado di riaprire gli impianti in tempi brevi, non appena le condizioni meteo cambiano. Milanosport necessita di una raddrizzata affinché episodi come questo e come altri che si sono verificati durante l’ estate non si ripetano più». Forse il riferimento è anche al pasticcio di non più di due settimane fa all’ Argelati, quando la piscina cambiò il suo turno di chiusura, spostandolo eccezionalmente da martedì a giovedì, senza nessun avviso e per lasciare spazio a una festa privata. Benché Milanosport sostenga che le chiusure di ieri siano state coordinate, frutto di scelte e di precise indicazioni, i primi a non saperne nulla sono stati proprio i gestori dei centri balneari rimasti aperti. Più che avere obbedito ad ordini della società che gestisce gli impianti sportivi, sembra che abbiano alzato il naso, visto il sole e seguito il buon senso. «Un coordinamento dovrebbe esserci – dice il gestore di una delle piscine rimaste aperte – ma non ho sentito nessuno da Milanosport. Il cielo cominciava ad aprirsi, ho aspettato un po’ e quando è arrivata gente, verso le undici, ho deciso di aprire». Diversamente si sono comportati i loro colleghi di Lido, Romano e Scarioni, che hanno lasciato fuori decine di persone. Fuori dalle piscine rimaste chiuse restavano solo rabbia e stupore. «Ma scusate, dove sarebbe il maltempo?» si chiedevano gli aspiranti bagnanti l’ un l’ altro. Il loro tono è cambiato con il passare dei minuti. Da quello spavaldo del primo pomeriggio «Ma dai, sarà un errore, vedrai che fra un po’ aprono», a quello furente di chi si rende conto che i cancelli resteranno sbarrati, fino a quello, deluso, di bambini e anziani. Mohammed, visto che di entrare alla piscina Romano non se ne parla, trascina via i suoi due bambini. «Li porto all’ Idroscalo, il mare dei poveri, anche se a loro non piace perché non possono fare il bagno». Anche Marzia ci mette un po’ per convincere i suoi figli a tornare a casa e a rinunciare alla piscina: «Anche se è aperta, la Argelati è troppo lontana. Oggi dovranno accontentarsi di un film». Ci sono anche giovani coppie, studenti che vorrebbero prepararsi a un esame di inizio settembrea bordo vasca, qualcuno per non perdere l’ abbronzatura della già finita vacanza al mare, qualcuno perché «a casa non ho l’ aria condizionata». I più delusi sono gli anziani. Arrivano alla spicciolata verso la fine del pomeriggio: «Ho aspettato le cinque per uscire. Volevo prendere un po’ di fresco». Gianna, 72 anni e troppo caldo, gira sui tacchi e torna a casa. Oggi niente piscina. – MARCO BERTI, LUCIANA GROSSO